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La conservazione del patrimonio culturale in Giappone: il santuario Ise, un caso studio

AUTORE: ANNA USAI

“L’antico è ciò che perpetua il suo disegno attraverso il continuo distruggersi e rinnovarsi degli elementi perituri” – Italo Calvino (Diario Giapponese)

Il santuario Ise è un tempio shintoista localizzato nella prefettura di Mie, a sud di Tokyo, in Giappone.

Noto per essere il più importante per la cultura giapponese, il Tempio ospita la divinità del Sole Amaterasu, considerata antenata della casa regnante. All’interno di questo luogo sacro pare si conservi anche lo Yata no kagami, lo specchio sacro che costituisce le insegne imperiali del Giappone.

La costruzione del santuario viene fatta risalire al 690 d.C. e dall’epoca della sua costruzione viene, ogni venti anni, ricostruito secondo un processo rituale, della durata di otto anni, che prende il nome di: shikinen sengū. Il processo termina con la cerimonia Sengyo quando lo spirito di Amaterasu viene trasferito nel nuovo edificio.

Tadao Ando, architetto contemporaneo giapponese, a riguardo della ricostruzione del Santuario di Ise scrive:

Proprio a Ise Jingu nell’area dove sorge un tempio vi sono due luoghi che vengono occupati alternativamente: mentre il tempio è ancora robusto, nel sito adiacente ne viene costruito uno identico per poi procedere alla demolizione della prima costruzione, una volta compiuto il rituale del “sengu” con cui il corpo del Dio viene trasferito in un nuovo tempio. Così facendo una religione dedita al culto rituale della bellezza come lo scintoismo raggiunge così la sua massima espressione. […] In tal modo, sebbene Ise Jungu sia rinato ogni venti anni per più di un millennio, un antico modo di concepire l’architettura è giunto fino a noi. Ciò che si è tramandato attraverso questi templi non è la fisica sostanza di un edificio ma uno stile in se e una tradizione spirituale.

 

 

 

Pianta del Santuario dove sono graficizzate le due aree sulle quali alternativamente viene ricostruito il tempio ogni venti anni.

Ma quel è l’attinenza fra un processo di ricostruzione e la conservazione del patrimonio culturale?

 

È innanzitutto doveroso premettere che interpretando attraverso un approccio occidentale la pratica giapponese della ricostruzione si viene condotti facilmente a soluzioni accidentate e fallimentari. Bisogna disfarsi dell’approccio analitico di lettura del tempo lineare (occidentale) e abbracciare una visione circolare dello stesso oltre che confrontarsi con una complessa realtà, quella shintoista, che trova le sue radici in uno stretto rapporto con la natura.

Il percorso conservativo quindi investe un ambito ben più ampio da quello strettamente materiale e tangibile poiché ad essere considerato immutato patrimonio culturale non è tanto la materia di cui la struttura è composta ma, al contrario, le tradizioni locali e soprattutto lo “spirito” che risiede nel tempio stesso. Non dilungandosi, ma tenendo comunque a mente che la conservazione dei monumenti nella cultura giapponese resta inoltre legata alla necessità di manutenere gli edifici storici composti (tradizionalmente) da materiale perituro (legno, terra e paglia).

Questa dunque è la fondamentale differenza tra i diversi approcci: da un lato la visione occidentale della conservazione della materia antica intesa come “autentica” e dall’altro la metodologia giapponese che si lega ad elementi intangibili, al tema dell’identificazione dell’eredità culturale, al rinnovamento della vita e al rispetto delle leggi della natura.

LIBRO CONSIGLIATO: Sengu. La ricostruzione del Santuario di Ise

  1. K. Mauro Pierconti

fotografie di Miyazawa Masaaki